Firenze a mezzogiorno

Firenze a mezzogiorno è un forno, in questi giorni di caldo anomalo essere costrette alla mia età ad andare in centro è quasi da suicidio. Ma dovevo andare.

Visita medica, controllo a Santa Maria Nuova, sì proprio quell’ospedale che sta dietro il Duomo e che arrivarci o sfidi la buona sorte cercando di evitare multe e zone vietate, oppure parcheggi dove è lecito, ma lontano, lontano…

Io in genere quando vado a SMN metto la macchina in Sant’Ambrogio al parcheggio del mercato, si trova praticamente sempre posto e ha il vantaggio che è al coperto e non si rischia di avere l’auto arroventata quando si va a riprenderla. Inoltre per soste relativamente brevi è anche abbastanza economico.
Dunque parcheggio e mi avvio verso il centro sono le 10 e 30 ma c’è già molto caldo, molta gente in giro. Il mercato è affollato e rumoroso, sarebbe piacevole girare un po’ fra i banchi, oppure entrare dentro e inebriarsi dei profumi dei banchi dei pizzicagnoli. L’unico angolo che evito sempre è quello delle pescherie. Odio l’odore del pesce, non lo mangio e non l’ho mai mangiato, mi piace invece quello dei formaggi, povero il mio colesterolo alto!

Ma oggi no, ho fretta, la visita ce l’ho alle 11.00 devo affrettarmi. Nel tragitto però non posso fare a meno di guardare qualche vetrina in via Pietrapiana. Il negozio dove ho comperato la collana col gatto nero fa sconti del 50%. Interessante, ma in questo momento sono in regime parsimonioso, quindi guardo, desidero e passo oltre.

Finalmente arrivo in via S. Egidio e mi imbatto in una comitiva di giovani, ragazze e ragazzi, evidentemente stranieri. Sembra che siano al mare. Hanno tutti gli short, canottiere sbracciate e coloratissime, sono rumorosi e allegri. Sorrido e li invidio un po’.

Entro in SMN con un quarto d’ora di anticipo e mi dirigo nella solita zona dove faccio i controlli, non c’è nessuno… panico! Finalmente arriva una infermiera che mi dice che il reparto è stato spostato presso il poliambulatorio. Corro. Accidenti a me che non ho chiesto in portineria. Qui hanno spesso il vizio di spostare i reparti da un punto all’altro… non è la prima volta. Accettazione e sala d’attesa, di fronte a me due signore che chiacchierano fitto, fitto e un ragazzo sulla trentina.

Finalmente arriva il mio turno, ai controlli non è mai lo stesso medico che mi visita, c’è un’equipe che controlla sulla cartella medica e fa quello che deve fare. Ma quello di oggi deve essere appena laureato, mi chiedo se sia specializzato… evidentemente sì, altrimenti non sarebbe lasciato solo a fare visite. In più è balbuziente. Non ho nulla contro chi balbetta, ma io ci sento poco, e dietro la mascherina è più un indovinare quello che dice che capire quello che mi chiede. Fa onestamente il suo lavoro e questo mi basta. Anche se con la sonda più che andare a guardare, mi fa il solletico. Tutto a posto, prossimo controllo fra tre mesi e abbiamo finito.

Ora non mi resta che fare il tragitto inverso fino alla macchina, ma si è fatto quasi mezzogiorno e il caldo ha fatto un altro gradino in su. Cammino sul marciapiede all’ombra, quella poca ombra che il sole a picco lascia a noi poveri mortali. Comincia a venirmi il fiatone, i piedi nelle scarpe mi bollono, devo stare attenta a dove li metto. Da quando sono caduta ho paura dei gradini, delle buche, penso che sono proprio un “crostino”. Vorrei fermarmi a comperare qualcosa da bere, ma stamattina ho un altro appuntamento e devo affrettarmi. «Signora, visto che è a Firenze vediamoci quando ha fatto, così si risparmia un viaggio». si mi risparmio un viaggio ma questo viaggio diventa un tormento.

Se Dio vuole arrivo alla macchina, breve tragitto verso Piazza della Libertà, ricerca del parcheggio, questa volta al sole, e mi dirigo dove devo andare. Arrivo in un bagno di sudore, meno male che c’è l’aria condizionata e mi porgono un bel bicchiere d’acqua, calda, ma non si può avere tutto dalla vita. Faccio quello che devo fare, prendo i documenti che devo prendere e poi alla macchina con la prospettiva di casa mia all’orizzonte. Aria condizionata a manetta, alla faccia del buco nell’ozono, e finalmente sono a casa.
Mi sento come una balena spiaggiata, senza fiato e senza forze, a malapena mangio qualcosa, il vizio resta, e mi fiondo in poltrona.

Penso che Firenze mi ha distrutta, che non prenderò più appuntamenti a mezzogiorno e che “accidenti a me” quando non mi sono portata l’acqua. C’è sempre da imparare, peccato che io non imparo mai.

Anche io mangio e vado a fare la spesa.

A me piace andare a fare la spesa, anche se ultimamente cerco di stare molto attenta a quello che compero perché i prezzi salgono sempre di più e quello che ieri costava dieci oggi costa dodici e così via.

Ma oggi mi sono proprio divertita, se si può dire così di una incombenza così prosaica. Sono andata al mercato a Sesto perché giovedì per una serie di ragioni avevo mancato il mercatino settimanale vicino a casa mia. Sono andata presto ma anche così faceva già molto caldo. Poca gente in giro, saranno tutti al mare? Sono andata verso il mio solito banco, quello a cui mi servo sempre. Ormai mi conoscono, ci si chiama per nome e ortolano e famiglia sono diventati di casa.

Pomodorini e pomodori, insalata di due tipi, qualche zucchina, una manciata di friarielli, che a me piacciono molto, e due peperoni, odori abbondanti come loro solito. Poi nel tornare alla macchina ho visto su un banco dei cestini di ciliegie di qualità duroni. Io ne vado pazza anche più delle ciliegie normali e non ho resistito. Ne ho preso un cestino – caro! Ma ne vale la pena, se non ci si toglie qualche voglia ogni tanto?

Finito il mio giro al mercato mi sono diretta alla Lidl. È un po’ di tempo che mi servo in prevalenza a questo supermercato. Trovo che la qualità sia aumentata ultimamente e i prezzi sono rimasti abbordabili. Inoltre prendo lì i cornetti alla crema che fanno parte della mia colazione mattutina. Ne compero 5 o 6 e li metto in freezer così che li ho sempre freschi, basta solo una passata in fornetto – sempre che mi ricordi poi di spegnerlo il fornetto! –

Avevo una lista precisa di molte cose da comperare, una lista che mi appunto sul cellulare via via che mi mancano le cose in casa. succede sempre però che se vedo qualche cosa che mi ispira la aggiungo al volo. Come è successo con le ciliegie ho visto le fragole e i pistacchi sgusciati in offerta, anche loro sono andati nel carrello. Avevo bisogno dell’olio evo e l’ho trovato in offerta e anche l’ammorbidente per la lavatrice. Una spesa corposa e infatti ho speso un po’ più del solito, ma sempre molto meno che se fossi andata in un altro supermercato.

Una volta a casa ho sistemato tutto in frigorifero e ora sono a posto, spero, per una settimana.

Con le foglie esterne della lattuga mi sono fatta una vellutata che sarà la mia cena di stasera, mai buttare le foglie che possono sembrare un po’ meno belle, ma che hanno lo stesso moltissime proprietà! Con le fragole una bella macedonia perché fanno presto a deteriorarsi ed è un peccato poi buttarle. A pranzo mi sono fatta una Poke fresca ma nello stesso tempo sostanziosa – legumi e verdura – che non ho immortalato.

Alla prossima spesa della mia vita di pensionata settantenne! (Spesa totale:56,00 €)

Gina Lagorio: Càpita

Ho letto tempo fa e con una certa titubanza Càpita, e  l’ho ripreso in mano dopo che anche io ho passato i momenti dolorosi di una malattia. Allora ero curiosa, ma temevo di essere masochista (roba di dolore, di malattia, di morte?) invece mi sono ritrovata a ridere (la “passera d’epoca” è un gioiello di beffa esilarante e distaccata), a sorridere, a commuovermi. Mi sono specchiata in certe improvvise impennate, nel sarcasmo e nell’autoironia, nell’indulgenza e nell’impazienza; ho amato, ancora una volta, la grazia e la leggerezza della scrittura di Gina Lagorio della quale già avevo apprezzato, molti anni fa, “Approssimato per difetto” (1971), scritto in prima persona con la voce di un uomo condannato dalla malattia. Era la voce di suo marito Emilio che sarebbe morto nel ‘64.

Ma era soprattutto il resoconto di una verità: la consapevolezza tardiva di aver vissuto una normalità familiare fra troppe cose non dette, un amore, appunto “approssimato per difetto”, che non ha saputo diventare esperienza totale, nonostante il disperato ed estremo tentativo di recuperare il tempo perduto. 

Oggi, dopo la mia malattia, ho sentito il suo ‘raccontarci come è andata’ come un dono prezioso, e questa è la specificità di Gina Lagorio: la sua vita di donna e di scrittrice è percorsa dal desiderio e dal piacere del dono – anche in “Raccontiamoci com’è andata”, un “librino” uscito un paio d’anni prima della malattia, c’è il senso profondo della riconoscenza e della generosità -. 

Così anche questo suo ultimo libro, consegnato poco prima di morire (17 luglio 2005) è libro generoso, di grazia e di “grazie”, intenso di ricordi e di nuove curiosità. 

In questo libro, Gina Lagorio, splendida ottuagenaria, scrittrice raffinata, lettrice instancabile, ci regala a piene mani il suo stare e passare dentro e attraverso il farsi… del disfarsi. Perché càpita di essere colpiti, come è successo a lei, da un ictus, o da una qualsiasi malattia invalidante, e vedere rivoluzionata la propria vita, una vita che prende anche coscienza della possibile fine.

«Càpita che si viva tutta una vita senza imbattersi in una malattia che invece a un certo punto prenderà per te la faccia del destino. Càpita di essere felici senza saperlo, di dare generosamente senza pensare di essere generosi e càpita di scoprire che la gratitudine è un sentimento raro poco sentito e poco praticato; càpita di essere delusi da qualcuno che non ti aveva illuso ma solo incidentalmente sfiorato. Càpita di veder rovesciata l’esistenza in un attimo e càpita che per essere ancora un po’ simile a quel che eri prima, ci vogliano mesi e mesi di pazienza e di attesa.»

«Càpita da giovani. Càpita da vecchi. Càpita al buio. Càpita che suoni positivo.»

«Càpita. A me è capitato. Ma prima avevo avuto vivendo una speciale benedizione, avevo vissuto non addizionando gli anni, ma moltiplicando i primi venti per quattro volte

«Ora, se mai riprenderò a camminare con entrambe le gambe, camminerò non su quattro volte vent’anni, ma sugli ottanta. Uno scarto di fondo, che taglia netto il passato dal presente – tragicamente nuovo – e dal futuro solo mestamente immaginabile». E aggiunge: «Anche perché ormai ho misurato le mie forze e le mie cosiddette virtù. Una le assommerebbe in sé tutte, ma non l’avevo e inventarsela è dura: la pazienza

Si è dura la pazienza anche se è una compagna che deve essere costantemente al nostro fianco. perché quando càpita di ammalarsi è l’unica cosa che serve per andare avanti.

Per chi si fosse incuriosito qui i link per acquistarlo:
Copertina flessibile – € 12,35;
Formato Kindle – € 6,99
Altro libro di Gina Lagorio citato nell’articolo:
Approssimato per difetto (copertina flessibil) – € 9,50

(Avviso: Se volete comperare il libro potete farlo direttamente dal link consigliato, in questo caso io avrò una piccola percentuale sulla vendita. Il prezzo per voi non varierà)

 

Carla Vitantonio: Pyongyang Blues

 Titolo azzeccato per questo libro che dovrebbe essere un libro di viaggi, un libro che racconta un viaggio lungo 4 anni in un paese misterioso e sconosciuto.

Pyongyang blues, il blues di Pyongyang, dove la musicalità del testo e della prosa si accorda perfettamente alla scrittura quasi orale dell’autrice.

Carla arriva in Corea del nord, che lei chiama per convenzione Rimini nord, quasi per caso, non era previsto, non era programmato, Carla fa, o vorrebbe fare, l’attrice e finisce per insegnare italiano all’università della capitale più blindata del mondo.

Il carattere esuberante e libero deve adattarsi alle rigide regole del soggiorno, al controllo pressante del “coreano personale” che la tampina in ogni luogo, oltre alla mancanza di acqua, di luce di comunicazioni decenti di generi di conforto a cui si è abituati nel mondo occidentale e che in Corea del nord sembrano utopia.

Ma Carla non si scoraggia, di tutto ne fa quasi un divertimento, riesce a ridere e a scherzare e nello stesso tempo cerca di capire in che mondo è piombata.

Non è il mondo dei turisti intruppati e scortati, non è il mondo delle persone comuni che vivono oltre le mura del “compaund”, la zona franca riservata agli expat; è un piccolo mondo a cui bisogna adattarsi, e fare da cerniera tra ciò che si è lasciato e ciò che si è trovato.

Dicevo del blues, la musica sincopata che prende il cuore e l’anima, la scrittura di questo libro la ricorda. Sembra allegra e veloce, satirica e pungente e poi si fa malinconica e nostalgica. 

C’è l’ironia del toto-acqua-calda; quando ci sarà, ci sarà? Quando arriverà la corrente elettrica per potersi collegare col mondo che si è lasciato attraverso l’inaffidabile  provider cinese? Rimini nord è il nome in codice per riferirsi alla Corea del nord, e “Le tartine sono buone” è la frase da scrivere nel caso le succedesse qualcosa. Frase che non sarà mai necessario pronunciare, nonostante le crisi interiori ed esteriori. Nessuna tartina è stata mangiata, non è stato necessario.

Carla nel suo raccontare attraverso lanci di dadi sempre più coinvolgenti, ci fa entrare nel cuore di un paese che è mille miglia lontano da noi, non solo per la distanza, ma sopratutto per l’isolamento che si è auto inflitto; si chiede e ci fa chiedere mille volte chi sono i coreani che vivono intorno a lei, chi sono i suoi studenti e le persone che ogni tanto spariscono e poi ricompaiono perché – giustificazione –  sono andati a trovare la nonna malata! Frase che copre l’obbligo di partecipare e faticose corvè.

Come sopportare il freddo che va fino a 20 gradi sotto zero con il riscaldamento che va e viene senza nessuna prevedibilità. La sorpresa è che, nonostante tutto, esiste vita, esiste tutto un mondo che Carla ci fa scoprire col suo linguaggio fresco e colorito, musicale appunto. 

Certo mandano molti tasselli al mosaico, una expat non può sapere tutto, non può frequentare che alcuni luoghi, non può mescolarsi troppo al popolo, non può frequentare certi ristoranti, certi locali, i negozi sono quello che sono, anche se nel corso dei quattro anni in cui rimane nel paese migliorano un po’.

Ci si può anche innamorare a Pyongyang, e sentire lo struggimento del tempo che passa, che marca la fine della storia. Perché in Corea del nord non si rimane per molto tempo, finita la missione si torna in patria e allora sono le malinconie dei saluti che si fanno avanti, saluti a cui seguono silenzi con persone che non si vedranno mai più. 

Inutile scambiarsi gli indirizzi, Pyongyang è una bolla, come una gita scolastica che ti ubriaca e poi finisce.

Perché tutto finisce, anche la missione di Carla nel paese più blindato del mondo, quello più misterioso, più chiuso, e allora la sensazione è di panico, le vacanze a Rimini sono terminate, tutto sarà diverso ed è come se, cancellata Rimini, non ci fosse più nulla. 

Avete capito, questo non è un libro, è una emozione continua che trascina e fa dire: «Come avrei voluto esserci io a suonare il blues a Pyongyang!»

Per chi si fosse incuriosito qui i link per acquistarlo:
Copertina flessibile – € 17,10;
Formato Kindle – € 8,99

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Giorgio Bassani: Gli occhiali d’oro

Un libro a cui mi sono avvicinata con affetto, capitato per caso; una sera a cena mi sono sentita dire: «Il libro che leggeremo il prossimo mese, sarà “Gli occhiali d’oro” di Bassani.» 

Conoscevo Bassani, almeno per sentito dire, perché so che cosa ha scritto, perché so che è di Ferrara anche se nato a Bologna, mentre io sono nata a Ferrara e poi me ne sono andata. 

Ferrara, la città rossa, la città delle case di mattoni, del Castello imponente che domina il centro, della sua Cattedrale, delle innumerevoli biciclette che la percorrono… Ferrara, città di provincia, dove tutti si conoscono, e dove anche nel libro di Bassani ho ritrovato luoghi e nomi già percepiti.

Due i protagonisti, un io narrante che si può facilmente identificare con lo scrittore stesso e il dott. Fadigati, personaggio inquieto e un po’ misterioso che catapultato nella Ferrara fascista degli anni ’30, fa parlare e mormorare i benpensanti. Uomo solitario, non ci vuole molto a suscitare pettegolezzi, perché non si è sposato? Perché non ha una donna? Perché se ne va in giro di notte per la città? 

L’io narrante – non sappiamo il suo nome- conosce il medico sul treno dei pendolari che da Ferrara a Bologna porta anche gli studenti universitari. Prima da solo in seconda classe, poi attratto dalla compagnia dei giovani si siede con loro in terza. Li ascolta, non interviene, ma è una presenza costante che attira l’attenzione.

Si sa, i diversi per un po’ riescono a mascherare la loro diversità, ma poi una battuta di qualcuno che non ha peli sulla lingua, una cattiveria prima sussurrata e poi buttata nel mucchio rivela ciò che non è stato detto, la maldicenza, la verità che l’uomo forte non può tollerare. Fadigati è omosessuale, per questo è sempre solo e il suo girovagare di notte suscita congetture.

Fadigati è diverso dall’idea di uomo che il fascismo vuole per i maschi italiani, è mite, un po’ timido, preso di mira dal bullo di turno che poi si approfitterà di lui.

E il nostro io senza nome? Anch’egli appartiene ad una minoranza, diversa ma sempre minoranza, che sta per essere colpita da quella che è stata la più terribile delle emarginazioni: la shoa. Chi narra, in prima persona è ebreo, abbastanza consapevole di quello che verrà, al contrario della sua famiglia che ancora si illude, e trova nella solitudine del dottore dagli occhiali d’oro il riflesso della propria solitudine.

E tutto questo avviene nelle strade di ciottoli di una Ferrara nebbiosa e silenziosa, su un treno che sento io stessa sferragliare perché conosco, perché ci sono salita.

Nel finale tragico della storia, ci ho sentito tutta l’amarezza di un uomo, il Bassani stesso, che non può fare nulla per salvare l’amico, perché deve salvare se stesso.

Gli occhiali d’oro sono il simbolo di un mondo che non c’è più, in un racconto che narra la solitudine, l’emarginazione del diverso.

Ed io? mentre leggevo mi vedevo nei luoghi che ho percorso nell’infanzia e che ancora percorro quando mi capita di andare a Ferrara. Sentivo il silenzio delle sue strade, nessun’altra città è così silenziosa, vedevo il quartiere medievale con la sue strade strette e i palazzi estensi di marmo. Vedevo e percorrevo con la mente la strada che porta alla Certosa, accarezzavo il bugnato del Palazzo dei Diamanti.

Per me leggere questo libro è stato un atto d’amore, un tuffarmi nei ricordi, un sentire che quello che sentiva l’io narrante era anche quello che sentivo io. Camminargli accanto è stato bello, no non bello, è stato ritrovare me stessa.

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Copertina flessibile – € 7,60;
Formato Kindle – € 1,99

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Parentesi privata

È un po’ di tempo che non faccio che postare recensioni di libri. È vero la lettura è una passione che ho fin dai primi anni della mia vita, appena ho imparato a leggere i libri sono stati sempre la mia compagnia e lo sono rimasti per sempre. Ma i libri non sono tutto nella mia vita. Esistono anche gli affetti e le persone a cui voglio bene e che rendono ricca la mia esistenza.

Ieri sera sono andata a teatro ad applaudire il mio nipotino che recitava in una piece tratta da “Sette donne e un mistero”. La trama è semplice, sette donne in una casa isolata, un morto e non si sa chi è l’assassino! Unico personaggio maschile il maggiordomo che era impersonato dall’unico maschietto della compagnia, cioè mio nipote.
Nella compagnia dove va a fare teatro c’è una gran penuria di maschietti, tante bambine e ragazzine, ma il sesso maschile è latitante. Mi chiedo come mai ci siano tanti attori in giro, visto che a teatro ci vanno così in pochi.

Recitare al nipotino piace! Va volentieri alle prove e alle lezioni, una volta a settimana. Chissà che non ne venga fuori qualcosa di buono! Certo io ieri sera ero orgogliosa e ammirata, ha presenza scenica, si sa muovere sul palco e non si è impappinato una sola volta! Per me che ho problemi di memoria sarebbe una impresa ricordare tutte le battute di un intero spettacolo. Tante volte mi chiedo come facciano gli attori a ricordare tutti il copione.

Insomma: sono una nonna orgogliosa e ieri sera mi sono anche divertita!

Patrizia Foschi: Respirare il mondo

Mi è arrivato il libro di Patrizia Foschi “Respirare il mondo“. Patrizia è un amica che ho conosciuto tempo fa perché ha frequentato i laboratori di scrittura alla Coop di viale Talenti a Firenze. La ricordo con molto affetto e mi ha fatto piacere che abbia pensato a me tanto da inviarmi il suo libro. Lo leggerò e poi ne parlerò qui.

Intanto la sinossi che ho trovato su Amazon:

Respirare il Mondo. Lo Yoga, il Viaggio, il Corpo come maestro racconta, alternandole in brevi capitoli, le esplorazioni dell’autrice nel mondo, in particolare nella foresta amazzonica e in Asia, durante gli anni giovanili e il cammino che da allora ha intrapreso all’interno di se stessa, al di fuori del tempo lineare: il viaggio come via per conoscersi nell’incontro con culture altre, con la natura e con piante psicotrope come l’Ayahuasca, e il viaggio nello Yoga con la guida del respiro. Il testo descrive una pratica dello Yoga che non si associa a modi di vita ascetici e austeri né mira a ricondurre le parti ombrose esistenti all’interno di ognuno entro uno schema di comportamento valido per tutti. Mostra piuttosto come ciascuno possa giungere a instaurare una relazione personale e proficua con lo Yoga adattandone i principi di base alla propria individualità e imparando a decifrare i messaggi che l’intelligenza del corpo invia alla coscienza. Il libro si rivolge non solo a chi ha già un’esperienza diretta dello Yoga, approfondendo alcuni temi, ma anche a quanti siano curiosi delle suggestioni che un approccio originale e inclusivo può suscitare.

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Ted Chiang: Storie della tua vita

Ci sono ricascata, non mi piacciono i racconti, non mi ha mai appassionato la fantascienza e mi sono di nuovo trovata fra le mani un libro di racconti e per giunta di fantascienza.
Per dirla tutta sono stata fuorviata da uno dei racconti da cui è stato tratto un film che mi è piaciuto molto: quello che dà il titolo alla raccolta e al cinema è diventato “Arrival”.
Ricordavo il film non come una delle solite pellicole in cui arrivano gli alieni cattivi per distruggere tutto e, anche se non perfettamente, mi pareva di averlo visto come qualcosa di costruttivo in cui c’era un tentativo di dialogo con i visitatori extraterrestri.

In effetti ricordavo bene.

Fantascienza, Chiang coniuga bene il termine, anche se la “fantasia della scienza” in questo caso è più una “possibilità della scienza”. Con il termine “scienza” si intende in generale un insieme di conoscenze coerenti e organizzate in modo logico, che partono da alcuni principi fissi. I dogmi della scienza, le teorie, i postulati che impariamo a scuola sono patrimonio dell’umanità, ma che cosa succederebbe se questi principi sacri e inviolabili, acquisiti da secoli di studi e ricerche potessero essere messi in dubbio?

Il giochetto che fa Chiang è proprio questo, da bravo scienziato qual è, scombina le carte e in ogni suo racconto trova e ci mette di fronte a paradossi e nuove possibilità: Cosa succederebbe se…?
Già, cosa succederebbe? 
Ma andiamo con ordine.

Nel racconto “Storia delle tua vita” (il titolo del racconto è al singolare, mentre il titolo del libro lo richiama al plurale) una scienziata specializzata in linguistica viene chiamata a fare da interprete durante la “visita” di creature venute da mondi lontani.
Come si parla, come si comunica con chi non sappiamo nemmeno chi sia e che forma abbia, non sappiamo se possiede un apparato fonatorio per poter comunicare e se lo ha che lingua si deve usare?
La lingua, il modo di comunicare non è solo un esercizio di emissione di suoni, è la manifestazione di una civiltà, che esprime se stessa attraverso ciò che dice.

E questo è il problema di base… ma poi il racconto evolve anche su altre strade perché in questo, ma anche negli altri racconti, c’è un livello di lettura che emerge e si fa evidente andando avanti nella storia. Non si tratta più di “sola” fantascienza, ma si sconfina nella filosofia, nella morale, nell’etica… cose per niente facili.

Nel caso di “Storia della tua vita” è il problema tempo che viene affrontato, già con una narrazione di alcune parti del racconto al futuro. Perché il futuro? Perché la scienziata, madre orfana di figlia, parla al futuro? Si può conoscere il futuro? Il paradosso è proprio questo. 
Alla fine della mia, o tua, vita nel momento in cui la ripenso o la rivivo, conosco quello che succederà e quindi paradossalmente posso narrare ciò che accadrà.
Ci ho pensato molto – a questa cosa – e io che mi occupo principalmente di autobiografia sento la possibilità di narrare il futuro formalmente corretta, anche se apparentemente impossibile.Quando scrivo e racconto di me adolescente parlo come se fossi io in quel tempo e da quel tempo. Scrivo però conoscendo già il futuro che mi aspetta quindi in quel momento posso dire quale sarà il mio futuro. Semplice e paradossale contemporaneamente. 

E questo è solo un esempio intrinseco a un racconto…

Volete provare voi a scoprire gli altri? Allora leggete “Storie della tua vita” e a questo punto vi assicuro il plurale ci sta benissimo. 

Se poi volete scrivermi per dirmi cosa avete scoperto, io sono qui.

Storie della tua vita di Ted Chiang su Amazon: se lo vorrete acquistare dai link qui sotto io ne ricaverò un piccolissima percentuale. Per voi il prezzo non cambia.
Formato Kindle – € 6.99
Copertina rigida – € 18,50
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Veronica Raimo: Niente di vero

Niente di vero

Niente di vero… Ma è proprio vero? Quando si legge un libro come questo – o quando lo si ascolta, come nel mio caso – la domanda è proprio questa.

Quanto di vero c’è nella storia di Verica che si può accostare alla storia di Veronica?

Un memoir, non una autobiografia; un susseguirsi di ricordi – veri? – che danno al lettore l’immagine di una famiglia disfunzionale formata da una madre iperprotettiva, specialmente nei confronti del figlio maschio, da un padre assente che innalza muri reali e metaforici, un fratello genio che eclissa la sorella relegata al ruolo di comprimaria.

Il tutto scritto con ironia amara, una ironia che difende e copre le ferite, maschera le cicatrici.

Si sente molta sofferenza nella scrittura della Raimo, una sofferenza mascherata con una scrittura apparentemente brillante e ironica. Un sarcasmo che suggerisce “Rido per non piangere” sopra una vita lasciata ai margini.

Niente di vero è la storia di una ragazza che si sente diversa ma che cerca di reagire, una ragazza che fa scelte difficili schiacciata dalla responsabilità.

È lei la più matura della famiglia, e lei che capirà quanto le relazioni che si intrecciano tra le mura domestiche siano malate e che abbiano bisogno di scossoni che lei non è in grado di dare anche se, fino a un certo punto, ci prova.

Cerca di fuggire sì, ma sono brevi le fughe, il dovere, l’amore?, la riportano sempre indietro verso una madre super apprensiva, sfortunatamente non nei suoi confronti.

Dalle proprie origini non si può fuggire, ci si può allontanare, un po’, ma non troppo.

Una nota alla voce che ho ascoltato e che ha dato vita al racconto. L’ho trovata perfetta per rendere evidente tutto ciò che sta dietro al non detto. Le sfumature, le intonazioni, il ritmo portano l’ascoltatore/lettore dentro la storia con fermezza ed eleganza.

Un bel libro, che ho apprezzato e ascoltato con piacere. Lo consiglio vivamente. 

Ada Ascari

Per acquistare il libro:
Copertina rigida – 17,10 €
Formato Kindle – 9,99 €

Margaret Atwood: L’uovo di Barbablù

Ho affrontato con molte aspettative il libro di Margaret Atwood “L’uovo di Barbablù”, forse perché avevo tanto apprezzato il suo “Il racconto dell’Ancella” e anche un saggio molto interessante “Negoziando con le ombre”.

Forse perché “L’uovo di Barbablù” non è un romanzo, ma una raccolta di racconti, non sono riuscita a entrare in nessuna delle storie che ha raccontato. Non so se è un mio difetto non riuscire a farmi coinvolgere da un racconto, troppo breve per prendermi fino in fondo, per poi passare ad altro.

Un libro di racconti andrebbe letto, credo, centellinandolo, un pezzetto alla volta, poi fermarsi, digerire e morsicarne un altro pezzetto, invece a me piace la trama, la storia che si snoda pagina dopo pagina a formare un affresco completo e complicato.

I racconti della Atwood sono tutti incentrati, tranne i primi due che riguardano ricordi autobiografici della madre e dell’adolescenza, su donne problematiche e lacerate. 

Anche quando apparentemente il protagonista è di genere maschile ecco che alla fine l’ultima parola ce l’ha sempre una donna. Ingenua o perfida, spaesata o dubbiosa, piena di rimorsi o sollevata.

Come nel racconto “Scorfana” dove l’appellativo non si riferisce a una donna ma una gatta che fa una brutta fine per mano di una donna, o “Loulou” che presa in giro per la vita da mariti e amanti poeti si vendica con l’uomo più improbabile: un commercialista.

Nel racconto che da il nome alla raccolta, l’uovo compare solo alla fine ma aleggia per tutto il racconto come una presenza misteriosa. Chi è l’uovo? Che cosa è l’uovo? Che cosa contiene di tanto pauroso da annidarsi nella mente di Sally, che come una chioccia lo cova senza sapere che cosa nascerà?

È la gelosia, la presunzione, l’idea di essere la migliore, l’intoccabile, che la travolge nel momento in cui si insinua il dubbio? Chi è Ed, il marito stupido oppure l’uomo che si fa credere stupido? È come la storia rovesciata di Barbablù, che prende vesti femminili e divora tutto ciò che la circonda.

Margaret Atwood scrive da par suo i racconti con una prosa elegante e scorrevole, ma le storie non sono mai lineari. Partono da un punto e quando si pensa debbano portare a una conclusione ovvia, divergono e prendono un’altra strada, cambia il protagonista, cambiano i luoghi, cambiano i tempi, e ci si trova sballottati nel giro di pochi paragrafi da un pensiero all’altro, da un mondo all’altro. 

Anche l’ultimo racconto “Musica per dissotterramenti” credo che sia vagamente autobiografico, ma scorre come un flusso di coscienza in cui i pensieri della figlia corrono dal padre alla madre in un susseguirsi di ricordi e aneddoti, rimarcando, senza mai dirlo lo stupore che i genitori ancora hanno verso le meraviglie del mondo e della natura. Dallo choc iniziale della rivelazione che i genitori fanno alla figlia si percorre la foresta e il paese per rincorrere le stagioni, fino al ritrovamento sul tetto della casa di qualcosa che per loro è più prezioso dell’oro: merda di martora. La natura esiste ancora e si fa sentire.

Insomma, un potpourri di sensazioni, una cavalcata da un racconto all’altro che non mi ha mai fatto soffermare veramente su una storia, ma un carosello di storie che pur scritte in modo affascinate e arguto non hanno saputo conquistarmi del tutto.

Certamente, come ho detto, limite mio, non certo limite di una grande scrittrice come la Atwood che ha cercato di trascinarmi nel racconto. Peccato che non ci sia riuscita.

Per leggere i libri della Atwood:
“Il racconto dell’ancella” Ponte alle Grazie, edizione digitale, edizione cartacea.
“Negoziando con le ombre” Ponte alle Grazie, edizione cartacea.
“L’uovo di Barbablù” Editore Racconti, edizione digitale, edizione cartacea.